La nostra intervista a Rocco Fasano, presto ospite della Fandom Vibes: l'attore ci parla di omofobia, etichette, rappresentazione e passioni artistiche

Intervista a Rocco Fasano: l’attore su omofobia, etichette e passioni artistiche

La nostra intervista a Rocco Fasano, presto ospite della Fandom Vibes: l’attore ci parla di omofobia, etichette, rappresentazione e passioni artistiche

Questo fine settimana Milano si popolerà dei volti più noti del mondo delle serie TV in onore di uno degli eventi più attesi del momento organizzato da Kinetic Vibe. La maggior parte del cast di show americani come Riverdale, Once Upon A Time, Teen Wolf e molti altri raggiungerà l’Italia per partecipare a una convention chiamata Fandom Vibes. Durante questa speciale occasione, inoltre, i fan riusciranno a incontrare alcuni degli attori più amati dal pubblico italiano come Federico Cesari, Francesco Centorame, Ludovico Tersigni, Rocco Fasano e Pietro Turano. Prima di conoscerli nel contesto della Fandom Vibes, abbiamo deciso di presentarvi alcuni di loro attraverso una serie di interviste all’interno delle quali gli attori hanno voluto raccontarci il loro vissuto e rivelarci cos’hanno in serbo per noi nel prossimo futuro.

Vi lasciamo ora alla nostra intervista a Rocco Fasano, attore apparso in prodotti italiani come Terapia di coppia per amanti di Alessio Maria Federici, Skam Italia e Hundred To Go. Leggendo le parole del giovane interprete scoprirete un attore dai mille talenti e dotato di un’intelligenza e consapevolezza di se stesso e del mondo che lo circonda che in pochi possono affermare di possedere.

Come ti sei dapprima approcciato alla recitazione?

“Nella vita ho studiato recitazione nella mia città di origine, che è Potenza, in un’Accademia triennale e poi quando mi sono trasferito a Roma, ossia quando avevo 18 o 19 anni, ho studiato con Ennio Trinelli e con Michael Margotta. Dopo di ché ho fatto un primo provino per un film in lingua inglese che si chiama Tender Eyes. Da lì poi mi sono trovato il primo agente. Ormai sono sei anni che lavoro professionalmente in questo ambito con progetti sempre più grandi.”

Quindi la recitazione è stata parte di te fin da giovanissimo. Hai sempre saputo che volevi fare l’attore?

“Sì la recitazione è sempre stata il mio sogno fin da piccolo per diverse ragioni. Sia perché la realtà non sembrava mai bastarmi a sufficienza perché ho sempre avuto un’immaginazione forse troppo prolifica e quindi da un punto di vista cognitivo mi piaceva far parte di altre realtà, di crearne delle altre in qualunque modo io potessi. E sicuramente la recitazione è il modo più diretto che ti permette di vivere in altre realtà, no? E poi anche da un punto di vista emotivo perché si tratta di una delle forme di terapia e di crescita più grande. Penso che quando esci da te stesso per indossare queste architetture psicologiche ti conosci veramente, in modo paradossale. Riesci a guardarti, a osservarti dall’esterno. Nonostante il bias, nonostante uno sia sempre un po’ imbarazzato quando vede i propri progetti per la prima volta. Forse la recitazione è la più grande forma di conoscenza di se stessi. Per tutti questi motivi qui l’ho sempre adorata.”

So che un’altra tua passione è la musica. Hai frequentato il Conservatorio, giusto?

“Sì io mi sono diplomato al Conservatorio in Pianoforte qualche anno fa ed è una mia grande passione. Io mi sono iscritto al Conservatorio quando avevo 9 anni perché ho frequentato il vecchio ordinamento e quindi si trattava del percorso di dodici anni che potevi fare parallelamente al liceo. Diciamo che nell’adolescenza era principalmente un sfogo diverso da tutti gli altri perché più viscerale, più atavico, più profondo. Quando ti sfoghi con le parole, o con una corsa oppure parlando con gli amici è un conto. La musica, però, è un linguaggio che trascende anche la codificazione linguistica quindi è un modo veramente stupendo e pieno di sfogarsi. Poi crescendo è diventata una forma di espressione artistica seppur in maniera molto timida. Non ho mai suonato in pubblico volentieri perché mi ha sempre messo molta ansia. A differenza magari della recitazione all’interno della quale mi ritrovo molto bene e a mio agio, oramai. La musica è sempre stata fonte di ansia per me. Però amo tantissimo comporre al piano e suonare. Soprattutto Chopin, Beethoven. Chopin in particolare.”

Continui quindi a seguirla questa passione?

“Sì sto componendo per l’appunto più di qualche pezzo che tra un po’ vorrei in un qualche modo diffondere. E continuo a mantenerla come una cosa abbastanza privata. Solitamente suono da solo o per quelle poche persone che sono veramente interessate. Magari che sono miei amici e possono darmi un feedback che io in un qualche modo sento onesto. Suonare davanti a un pubblico enorme è qualcosa che mi mette tanta tanta ansia.”

So che frequenti anche l’università giusto? Come fai a fare tutto?

“Sì a rilento, perché cerco un po’ di coniugare lavoro e studio. Sto facendo gli esami del quarto. Se riesco a far contenta mia madre e arrivare alla laurea sarebbe bello. Ci proviamo. E poi vorrei specializzarmi in psichiatria che in realtà è la vera ragione per cui ho iniziato Medicina. L’unica cosa che mi interessa è la mente umana. Mi ha sempre interessato quello ed è quello voglio continuare ad indagare. Anche perché secondo me c’è un rapporto molto stretto tra psichiatria e recitazione. Secondo me sono due facce della stessa medaglia. Quando reciti entri attivamente in una psicologia ben definita. Mentre da psichiatra la analizzi dall’esterno, però fondamentalmente entrambe le professioni devono avere una certa consapevolezza della psiche umana. “

A questo proposito, ti piacerebbe mai fare il regista? O in qualche modo essere dietro la macchina da presa?

“Sicuramente ciò che io ho sempre desiderato e desidero e continuerò a desiderare fare, è quello di creare cose belle e che abbiano qualcosa da dire agli altri in tutte le forme artistiche riesco a trovare. Quindi sicuramente lavorando sempre di più in questo settore impari anche un po’ di come si sta dietro la macchina da presa. Soprattutto anche perché è un aspetto che mi ha sempre interessato. Ho avuto modo di scrivere, insieme a Janet Pagliarini, la sceneggiatura di un corto che abbiamo girato qualche anno fa, uscito venerdì 19 aprile. Parla di una donna travestito americana che vive in Italia e si prostituisce. E lì ho avuto per la prima volta occasione di approcciarmi alla scrittura di una sceneggiatura ed è stato molto interessante. Mi è piaciuto molto e sicuramente mi piacerebbe rifarlo. Poi se dovessi acquisire veramente tutte le competenze tecniche che dovessero permettermi un giorno di dirigere un film, chi lo sa. Tutto è possibile.”

Con Rocco abbiamo parlato anche di due temi molto delicati verso i quali il giovane interprete mostra particolare sensibilità: la rappresentazione dei disturbi mentali e dell’omosessualità con onestà e consapevolezza attraverso il suo lavoro di attore.

Sapevi cosa fosse il disturbo borderline della personalità prima di sperimentarlo attraverso il tuo lavoro? Come pensi debba cambiare la percezione di quest’ultimo nella nostra società?

“Il mettere in scena il disturbo borderline della personalità penso sia una cosa fondamentale per tante ragioni. Innanzitutto la rappresentazione. Questa era una cosa chiara ancora prima di iniziare il lavoro ma è diventata poi lapalissiana. Una cosa che mi ha toccato veramente nel profondo è che, sia su Instagram sia alle Convention o comunque alle occasioni di incontro pubblico, tante persone che soffrono di disturbi mentali tra cui quello borderline della personalità si sono fatte avanti ringraziandomi e ringraziando la serie per la rappresentazione al nostro meglio di questo aspetto della società. Perché molto spesso non si ritrovano rappresentati. La difficoltà degli adolescenti molto spesso stà proprio nella loro solitudine, nel vergognarsi d’essere se stessi. Il tutto calato in un contesto di ricerca della propria identità. Quindi cosa vuol dire per un adolescente vedere un personaggio che ha un aspetto in comune a sé in una serie TV? Significa in qualche modo sentirsi meno soli, avere “il permesso” d’essere se stessi. E questo è fondamentale perché l’adolescenza è un periodo in cui, anche per quella che è stata la mia esperienza, si tende a sentirsi molto soli. E quindi quando una serie TV viene fatta in maniera onesta può dare voce a questi aspetti che molto spesso vengono taciuti. E far sentire un po’ meno sole le persone. E questo relativamente anche all’omosessualità. Perché in questo caso si tratta di una doppia rappresentazione. Nel caso delle persone appartenenti alla comunità LGBT io trovo che sia altrettanto importante. Perché ci si sente molto soli, soprattutto in un contesto in cui c’è tantissima discriminazione, ignoranza e mancanza di informazione nonostante tutti gli sforzi che associazioni molto ardite continuano a fare. Purtroppo e soprattutto in questo Paese l’omosessuale viene rappresentato in maniera macchiettistica, molto spesso a scopi comici. Oppure se non comici o macchiettistici, associati a temi, pur sempre importanti da raccontare, come quello della sieropositività, oppure della non accettazione violenta e brutale da parte della famiglia. In realtà, ci sono tantissimi omosessuali che magari non vanno in giro con le pellicce rosa o con le scarpe di paillettes. E non c’è nulla di male nel farlo però forse è anche importante normalizzare il tutto. Ossia di mostrare anche un ragazzo omosessuale che non si distingue poi tanto dai suoi simili se non per il fatto che può innamorarsi di un ragazzo dello stesso sesso. Perché forse se ci pensiamo un attimo non c’è nemmeno miglior modo per favorire l’integrazione di un fenomeno del genere se non mostrandolo nella sua semplicità. Senza magari mostrare necessariamente gli aspetti più lontani da quella che può essere la maggior parte della popolazione. Mostrando forse gli aspetti più vicini.”

L’attore continua poi spiegando come all’interno della comunità LGBT stessa, possa esserci a volte una qualche specie di discriminazione.

“Sembra paradossale ma in realtà è un fenomeno frequente. Magari l’omosessuale che è fieramente omosessuale nella sua piena accettazione e che lo vuole dimostrare al mondo…magari viene disprezzato dall’omosessuale che è più riservato, che ha delle difficoltà nell’essere così apertamente omosessuale. Il mio punto di vista sulla questione è che etichettare per me è sempre in qualche modo qualche cosa di sbagliato. Io sono d’accordo nel trovare compagnia, nel non sentirsi più soli, nel trovare la propria identità in un gruppo di persone che si definisce gay, che si definisce bisessuale o eterosessuale. Si comprende e si capisce di più chi siamo e chi sono gli altri. Però allo stesso tempo è ancora più interessante se si cerca di evitare l’etichetta, il tag. Perché forse è un po’ limitante. Perché secondo me ciò che veramente andrebbe difesa è l’identità di ciascuno di noi. Diverso da tutti gli altri e in quanto diverso degno d’essere chi vuole essere e del rispetto di tutta la comunità e gli individui che la compongono. Questo secondo me è un aspetto molto interessante che io cerco di fare in primis con me e poi anche con le persone che mi circondano.”

Ti sei mai ritrovato a dover spiegare questo concetto a qualcuno che ha dimostrato dei comportamenti omofobi?

“Sì mi è capitato. Io ho sempre tentato al mio meglio di avere una mentalità aperta perché secondo me è il modo più giusto e anche arricchente di stare al mondo. Per cui mi sono ritrovato molto spesso a farlo. Poi io sono del Sud quindi non è difficile scontrarsi con mentalità più rigide e un po’ più verso la non-accettazione di questi fenomeni. E ho sempre cercato di spiegare al meglio quanto in realtà non fosse sbagliato l’amore tra due persone dello stesso sesso nella maniera più semplice che ho potuto.”

E quali sono state le reazioni?

“Devo dire che le nuove generazioni hanno un atteggiamento più di apertura perché ora rispetto a vent’anni fa, per l’appunto, c’è molta più rappresentazione anche nei media. Forse vent’anni fa accendere il televisore e vedere un personaggio omosessuale era raro o comunque una sorta di tabù o di fenomeno che magari i ragazzini non potevano vedere alla televisione. C’era questo tipo di atteggiamento di reticenza, no? Oggi molto di meno ovviamente, perché si sono fatti dei passi importanti a livello globale e nazionale. Dato che siamo arrivati finalmente al riconoscimento delle unioni civili e nei media c’è tantissima rappresentazione. Sia da un punto di vista di cronaca che di talk show, sia da un punto di vista di prodotto artistico come può essere per l’appunto la seconda stagione di Skam Italia o tante altre opere. Quindi è più facile per le nuove generazioni. Mentre per le vecchie generazioni varia e dipende. Le vecchie fanno sempre un po’ più di fatica ad andare contro quello che in un certo modo gli si è stato inculcato al loro tempo, no?”

Sì sì parla di crescere con percezioni diverse.

“Esatto, a volte sono le percezioni e il modo in cui cresci che fa la differenza. Però un atteggiamento di apertura ad imparare sempre cose nuove non fa male a nessuno. Né ai più anziani né ai più giovani.”

Un messaggio significativo che riteniamo perfetto per concludere quest’intervista con una persona che ha molto da dire e che è pronta a testimoniare il suo pensiero attraverso ogni forma di comunicazione.