Sherlock 4×02: la recensione di The lying detective

1Sherlock è alla seconda puntata e nel complesso non è chiaro dove gli autori vogliano andare a parare. Però ci è piaciuta. Vediamo il perché insieme

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Volevo dedicare il primo rigo di questa recensione a una riflessione: la settimana prossima sarà l’ultimo episodio prima di un altro hiatus di circa una vita e mezzo. Prendiamo consapevolezza del fatto che probabilmente la quinta stagione la vedranno i nostri nipoti – ammesso e concesso che ci sia una quinta stagione.

E dopo questo pensiero allegro, passiamo ad analizzare questa seconda puntata, con la speranza che riesca a scrivere più di “PORCA MISERIA NON HO CAPITO NULLA”, “MA COSA CAVOLO STA SUCCEDENDO”, “CHE ANGST”, “CHE ANSIA”, “NON CI POSSO CREDERE” che sono un po’ i pensieri tipici di una persona che segue e ama Sherlock da ormai cinque anni.

 

Scommetto che a fine puntata voi, come me, eravate proprio così


E così

E anche così, ma procediamo con ordine.

 

The lying detective

In una serie composta da tre puntate, la seconda è quella dove si inizia a capire un po’ la storia, si è nella testa dei personaggi al punto giusto e ci si illude di star seguendo il filo logico degli autori, ma con Sherlock non è mai così. La seconda puntata di quasi ogni stagione sembra sempre fuori dal contesto, non si riesce a capire il perché di certe cose e, soprattutto, perché siano così dislocate rispetto alla prima puntata. La domanda più frequente, nella testa di uno Sherlocked è, dove cavolo mi stanno portando gli autori?
Questa seconda puntata di Sherlock è piaciuta? Considerata l’abbassamento di aspettative che ha provocato la prima puntata col suo brusco cambio direzionale, questa seconda puntata ci è piaciuta abbastanza, diciamo anche che è stata PAZZESCA. Anche se non è mai facile dare un giudizio definitivo, non solo perché è soggettivo, ma, soprattutto, perché alla fine di ogni puntata di Sherlock il 99,9% dell’audience si sta chiedendo come si faccia a vivere.

 

 

Sherlock


In questa puntata non è Sherlock il protagonista quanto la sua mente. Comparso solo in un secondo momento, ci siamo ritrovati stretti dalle pareti mentali di uno Sherlock palesemente drogato, al limite dell’overdose. Il caso della puntata è su un serial killer filantropo che, periodicamente, confessa i suoi crimini a persone, tra cui sua figlia, e poi inietta loro un liquido che li fa ricadere nell’ignoranza degli eventi. Un caso base di una serie di gialli, vero? Ma il messaggio che gli autori stanno cercando di dare è che non è mai come sembra.

Nella prima puntata della quarta stagione abbiamo visto uno Sherlock diverso dal solito, che si lascia distrarre e pensa così tanto al gioco che Moriarty gli ha preparato da non riuscire a salvare Mary. La sua morte provoca qualcosa in lui, una reazione di autopunizione, Sherlock si sente del tutto responsabile della morte dell’amica ed è per questo che decide di dedicarsi anima e corpo all’ultimo caso che gli è stato affidato: salvare la vita a John.


Tutti a pensare a Moriarty, a Hell come una località in cui Sherlock poteva portare John per salvarlo, oppure a uno strano saluto da parte del personaggio… e invece. Mary intendeva letteralmente “Vai all’Inferno”. Il cattivone filantropo era solo un pretesto: Sherlock avrebbe potuto riavvicinarsi a John solo rischiando la vita a tal punto da costringerlo a salvarlo.

Anche la morte, ancora una volta, gioca un ruolo fondamentale in questa puntata, tanto da farci pensare che il ciclo della vita e la morte stessa siano esattamente il filo rosso di tutta la quarta stagione.
Sherlock è chiaramente sconvolto dalla morte di Mary e affronta il lutto a modo suo: drogandosi, facendosi prendere dalla fame chimica e facendo un discorso così bello e toccante da farci capire che anche un disadattato sociopatico come Sherlock può provare sentimenti. Un po’ fuori dal personaggio? No. Per il semplice motivo che il suo modo di esprimere sentimenti è sempre criptico, ermetico e più unico che raro.

Prendiamoci un secondo per analizzare approssimativamente il montaggio da maestri di questa puntata. Nei primi 45 minuti non capiamo assolutamente nulla: è così che gli autori vogliono perché, evidentemente, è così che ci si sente a cercare di seguire il flusso di pensieri di Sherlock – troppo veloce anche per se stesso. Il montaggio, le inquadrature, la storyline che sembra non c’entrare assolutamente nulla rispecchia l’atmosfera che si respira nel palazzo mentale di Sherlock.

 

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